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Fuori Dal DOC
Due figure che si scontrano, dipinte a pennellate nere fra esplosioni di arancione, rosso e blu
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Vita con il DOC Parte #4: ricaduta, lutto e nuovo compito

Ritratto di Luca PasiniLuca Pasini6 min
Indice
  1. Gennaio: la ricaduta
  2. Febbraio, marzo, aprile: la risalita
  3. Adesso: i flare-up, e perché arrivano proprio ora
  4. Il nuovo compito
  5. Un ingranaggio oliato male

Questo blog è fermo da più di un anno. Non per pigrizia, semplicemente stavo molto bene da tempo e non avevo niente di nuovo da dire sul DOC. È una cosa che vale la pena sottolineare, perché il silenzio di un blog come questo è quasi sempre una buona notizia. Si scrive quando c’è materiale, e il materiale (nel mio caso) arriva quando qualcosa si rimette in moto.

Qualcosa si è rimesso in moto.

Gennaio: la ricaduta

Dopo più di due anni con sintomi assenti o quasi impercettibili, ho fatto una cosa che non rifarò mai più: ho interrotto la terapia farmacologica per conto mio. Non gradualmente, non concordata, non monitorata. Da solo.

Il ragionamento che mi ero fatto era di quelli che sembrano ineccepibili dall’interno: sto bene da più di due anni, la vita va alla grande, ho fatto un lavoro enorme su di me, il farmaco a questo punto è un residuo. Una stampella che non serve più.

Non era così. A gennaio è tornato tutto, e con una violenza che non ricordavo.

La remissione dei sintomi quindi non è la prova che il farmaco sia diventato superfluo. È, molto più probabilmente, il farmaco che sta funzionando. Se pensate di sospendere, parlatene con chi vi segue e fatelo con loro. Il modo in cui l’ho fatto io è l’unico errore di questi anni che considero completamente evitabile.

Febbraio, marzo, aprile: la risalita

I primi due mesi sono stati duri. Gennaio il peggiore, febbraio subito dietro. Intrusioni continue, ad alta intensità, con quella qualità asfissiante che chi ci è passato riconosce senza bisogno di descrizioni.

C’è un dettaglio di quel periodo che mi è tornato in mente solo adesso, e che secondo me è la cosa più istruttiva di tutto questo articolo. A febbraio, quando ho iniziato a stare leggermente meglio, mi ero costruito un piccolo indicatore personale: riuscivo a stare un paio d’ore senza pensieri intrusivi. Due ore. Le vivevo come un tesoro. Mi ci aggrappavo come prova che le cose si stavano muovendo.

Da marzo il miglioramento è diventato netto, ad aprile ero sostanzialmente tornato a stare bene.

Tenete a mente le due ore. Ci torniamo.

Adesso: i flare-up, e perché arrivano proprio ora

Oggi sto bene per la maggior parte del tempo. Ci sono piccole ossessioni quotidiane, fastidiose ma gestibili. Si affacciano, ciclano, non attecchiscono. Le lascio andare.

Tranne una, che ha una forma particolare: “e se questo fastidio quotidiano durasse per sempre?”

Su questa faccio più fatica, e ho capito perché. Questa chiede una garanzia sul per sempre, che non è verificabile nemmeno in linea di principio: non esiste nessuna informazione che possa arrivare domani e chiuderla. Quindi resta aperta, non perché io non riesca a lasciarla andare, ma perché continuo implicitamente ad aspettare di risolverla prima di lasciarla andare.

Ci sono almeno tre ragioni per cui questa roba si è riaccesa proprio adesso.

Il lutto della remissione

La prima è la più semplice: la ricaduta mi ha colto di sorpresa. Pensavo di aver “risolto” il DOC, e scoprire che non funziona così, dopo anni di remissione totale, non è facile da digerire.

Chi non ha mai avuto una remissione non ha niente da rimpiangere. Io sì. So esattamente com’è la vita senza, e questo trasforma il ritorno in una perdita, non solo in una condizione. È un lutto, e per di più un lutto sospeso. Non sto piangendo qualcosa che è finito, ma qualcosa che potrebbe tornare oppure no. Il lutto vero e proprio non parte mai davvero, resta lì.

Il patto che non esisteva

La seconda è più scomoda. Durante il primo esordio del DOC ne ho approfittato per sistemare tante cose della mia vita. Tante. E ne ho ricavato felicità e spontaneità reali. A un certo punto mi ero convinto che quella fosse la cura: aggiusta la vita, e il disturbo si spegne di conseguenza.

Non era un’idea ingenua. Era un’ipotesi confermata dai fatti per anni.

Solo che la correlazione andava in una sola direzione. Ho davvero guadagnato felicità e spontaneità, e quelle sono ancora mie. La ricaduta non me le ha tolte. Quello che è saltato è la seconda metà del patto: che fossero anche la cura. Il DOC non è la variabile dipendente della qualità della mia vita. Ha un decorso suo, che si intreccia con la vita ma non ne è la conseguenza.

E qui c’è la parte velenosa, perché se il miglioramento era merito mio, la ricaduta rischia di sembrare una colpa. Qualcosa che ho smesso di fare, un pezzo che ho lasciato andare, un nodo che mi rifiuto di guardare. Ci ho girato intorno per giorni. Vale la pena dirlo chiaramente: il DOC non si mantiene per via di questioni esistenziali irrisolte. Si mantiene con le compulsioni, l’attenzione al pensiero, il tentativo di risolverlo, il sollievo momentaneo, il rinforzo.

La vita che si allarga

La terza ragione è quasi paradossale. Quest’anno sono andato a convivere con la mia partner. Una cosa che desideravo fortemente e che sta andando molto bene. Ma ogni cambio di identità, anche desiderato, alza la posta.

Il DOC non pesca a caso: pesca su ciò che ti sta a cuore. Più la vita si allarga, più ci sono bersagli disponibili. Non è un segnale che stai sbagliando qualcosa. È che hai più cose da perdere, e il sistema di allarme lavora su quelle.

E qui tornano le due ore di febbraio. La soglia si sposta sempre appena sotto dove sei arrivato. A febbraio due ore senza intrusioni erano un tesoro; oggi non le noterei nemmeno, e il fastidio residuo è diventato il problema. Il metro non è assoluto: si ricalibra su quello che hai.

Il nuovo compito

Il compito non è più puntare all’assenza totale di sintomi. È imparare a tollerare sempre meglio quelli che ci sono, e ridurre il peso che hanno sulla qualità della mia vita.

Non è un ripiego. È il modo in cui va di solito: la maggior parte delle persone con DOC che stanno bene non sta bene perché i pensieri sono spariti, ma perché hanno smesso di contare. Il criterio non è quante intrusioni hai, ma quanto spazio occupano nelle decisioni.

Il che ha una conseguenza pratica precisa: smettere di testarsi. È la cosa che mi frega più spesso. Torno da una giornata perfetta, mi siedo, e provo a verificare come sto — “ecco, questo è un equilibrio ottimo” — e mezzo secondo dopo arriva puntuale l’intrusione. Creo io il bene da difendere e subito dopo si presenta il ladro. Non a caso l’ossessione non mi raggiunge mentre sono impegnato nella mia vita: mi raggiunge sul divano, in un momento di verifica.

Un ingranaggio oliato male

La cosa più utile che ho messo a fuoco in queste settimane è che il DOC va ridimensionato di rango. Non è un saggio consigliere. Non ti sta dicendo niente. Non ha un messaggio da decodificare, né una funzione nascosta, né uno scopo. È un circuito di rilevamento minacce tarato male che spara falsi positivi.

Quello che sto usando adesso, quando arriva, sta in una riga: “Ok, questo è un pensiero intrusivo. Va tutto bene”. E poi torno al presente, gentilmente. Nessuna discussione col contenuto.

È semplice da enunciare e difficile da fare, e le due cose non sono in contraddizione, è così per quasi tutto quello che conta. Del resto, se bastasse capirlo non sarebbe un disturbo psichiatrico, ma un semplice malinteso!

Nel frattempo, il dato che mi porto dietro da questa estate è che sotto lo strato di DOC sento ancora di condurre una vita piena e gratificante. Su questo si può decisamente costruire.

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Vita con il DOC Parte #4: ricaduta, lutto e nuovo compito — Luca Pasini, Fuori Dal DOC. https://fuoridaldoc.it/vita-con-il-doc-parte-4-la-ricaduta-il-lutto-della-remissione-e-il-nuovo-compito/

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