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Fuori Dal DOC
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Aggiornamenti

Vita con il DOC Parte #3: tutto è difficile, tutto va bene

Ritratto di Luca PasiniLuca Pasini6 min

Sono passati tre mesi dall’ultima volta che ho scritto qui su Fuori Dal DOC, e oggi sono felice di tornare a condividere con voi le mie riflessioni e alcuni aggiornamenti.

Questa pausa è stata necessaria, perché quest’estate ho vissuto una ricaduta significativa nel mio Disturbo Ossessivo-Compulsivo. Non è stato facile, ma posso dire di essere riuscito a ritrovare un buon equilibrio, grazie anche alla ripresa della terapia farmacologica che mi sta aiutando molto.

Durante questa estate, complice anche la mia fantastica psicoterapeuta, ho avuto modo di riflettere a lungo su vari aspetti della mia interpretazione della vita e del mio percorso con il DOC, acquisendo nuove consapevolezze. Voglio condividerle con voi in un unico blog post di riepilogo, sperando che alcune di esse possano entrare in risonanza con la vostra storia e tornarvi utili.


Nonostante la diagnosi di DOC risalente a luglio 2023, ho trascorso un anno di vita che considero positivo, anche con alcuni picchi di “figata totale” qui e là.

A inizio giugno tuttavia, oltre al fatto che non sono un fan dell’estate e di questo caldo putrido e acquitrinoso, si era tendenzialmente affievolito l’entusiasmo dei nuovi progetti/attività, mentre a lavoro la situazione risultava un po’ stagnante, per quanto non negativa e per quanto riuscissi comunque a trarre le mie piccole gratificazioni.

Dato che soffro di DOC a tema esistenziale e suicidario, la ricaduta è arrivata pesante e puntuale come un orologio svizzero. La manifestazione del DOC non è sotto il mio diretto controllo, ma credo che da parte mia ci sia proprio un problema di interpretazione rispetto a come dovrebbe essere una vita “sana”.

C’è una parte ancestrale di me che ritiene che la vita debba sempre essere positiva e carica a pallettoni, tutto il tempo e a tutte le ore. Non è sano. Non è realistico.

Rimangono le mie consapevolezze acquisite nell’ultimo anno, tant’è che c’è un nucleo fondamentale di me che sa di “non avere nulla che non va” e che è riuscito ad affrontare la ricaduta con dignità e pazienza, ma mi serve un cambio di prospettiva abbastanza radicale che non mi viene facile.


Un altro motivo per cui ho il DOC, e questo tema esistenziale in particolare, è la mia battaglia interiore contro la mente alveare. Più vado avanti nella vita e più scorgo sempre attorno a me questo continuo alveare di pensieri.

Le persone mediamente pensano tutte la stessa cosa, sono sincronizzate emotivamente per farlo e c’è un bias tale che pensano di essere indipendenti nel proprio giudizio. E ci mancherebbe, io stesso riconosco in me dei tratti della mente alveare, ma è come se avessi una specie di bug nella connessione con il cervellone della società.

A volte è deprimente.

Ti senti su un treno che corre a velocità supersonica e tutti sono sopra, perfettamente connessi e allineati. E tu invece cadi. Sei fuori. Guardi la società e l’alveare dall’esterno, per quanto possibile ovviamente.

Il problema è che se hai un’ambizione non dico bruciante, ma comunque abbastanza significativa come la mia, non sei mai davvero fuori. È una via di mezzo. È una piccola voragine esistenziale.

Da bambino, non avevo gli strumenti intellettuali per comprendere tutto questo, e sebbene soffrissi a volte, me ne facevo una ragione. All’università, questa sensazione si è affievolita grazie all’enorme fermento intellettuale che mi circondava. Ma appena approdato nel mondo del lavoro è stato tutto abbastanza scioccante.

Avvertivo la sensazione sempre più forte di non avere mai a che fare con individui, ma con una serie infinita di tentacoli che partono da un unico punto. È un po’ per quello che cerco di circondarmi di persone fuori dagli schemi. È come se istintivamente cercassi chi ha un bug nella connessione con l’alveare, come me.


C’è stata un’altra cosa che ha avuto un peso significativo sulla mia anima qualche mese fa e che ha rinforzato le ossessioni esistenziali: non ho una relazione d’amore (quello vero) con una donna da molto tempo.

Negli ultimi 4 anni ho avuto frequentazioni a medio termine, brevi conoscenze e così via, ma dall’altro lato non ho mai visto una corrispondenza in termini di affetto o impegno, tant’è che ho sempre lasciato perdere io per mancanza di concretezza.

Sono consapevole che questo dipenda dall’allineamento degli astri, dalle persone che incontri, dalla pazienza e dalla fiducia, ma per un mese sono stato molto abbattuto e non ho potuto a fare a meno di chiedermi dove sbagliassi e cosa mi mancasse. E, ovviamente, se non sarebbe stato tutto più semplice senza questo difetto di fabbrica di nome DOC.

È importante bastare a sé stessi e penso di cavarmela bene in questo senso (vivo da solo da diversi anni e mi piace), ma indubbiamente mi mancano i colori che una donna è in grado di donare alla vita.


Questa estate mi ha portato anche a una grande conclusione sulla vita, dopo numerosi confronti con conoscenti, amici, colleghi e gruppi di discussione online: chi fa impresa o libera professione ad un certo livello, di solito ha alcuni traumi nell’infanzia che lo portano naturalmente a sentirsi sovra-responsabilizzato, a dover sovra-compensare e sovra-agire, ad avere sempre un piano B, C ed E, a dover sempre dimostrare a sé stesso di valere qualcosa con dei risultati.

Io rientro tranquillamente in questa categoria.

Allo stesso tempo, mi sono reso conto che le altre persone non hanno piani B, C ed E. Non hanno l’ansia di esserci sempre per non far andare a scatafascio i progetti. Non hanno SWOT mentali. Non hanno problemi tali psicologici da dover continuamente spaccare il mondo per sentire qualcosa.

Il mio DOC esistenziale/suicidario ovviamente si nutre di tutto questo. È il suo piatto preferito.

E qui entra in scena la mia nuova risoluzione: imparare a stare bene con ciò che c’è già, senza inseguire il nuovo progetto incredibile o altre chimere, senza avere bisogno di nient’altro.

Una rivoluzione copernicana che spero mi porti a un’evoluzione della mia coscienza e ad affrancarmi almeno in parte rispetto a questa necessità intrinseca di dover dimostrare chissà che cosa.


Infine, ho riflettuto molto sui meccanismi sottostanti il DOC, spesso attribuiti a caratteristiche caratteriali che si affrontano con la psicoterapia. Io faccio parte del club del “fare” e del prendere la vita di petto, ma ho anche capito che non tutto è sotto il nostro controllo.

Il DOC è anche il risultato di una lotteria genetica sfortunata, e non è necessariamente un “commento indiretto” sulla qualità della nostra vita attuale. Quindi sì, dobbiamo impegnarci per vivere al meglio, ma anche liberarci dal senso di colpa per dinamiche che non possiamo controllare.

Non siamo responsabili di avere il DOC, ma siamo responsabili di come decidiamo di affrontarlo.

Una cosa che sto imparando attraverso la meditazione è raggiungere la fine del pensiero. Lasciare che i pensieri intrusivi e le preoccupazioni scorrano tutti, inesorabilmente, come foglie adagiate su un fiume.

Alla fine del flusso di pensieri ci sei solo tu, e spesso scopri che non hai bisogno di nient’altro e che va tutto bene così com’è. Sei abbastanza così come sei.

Un abbraccio a tutti

Ritratto di Luca PasiniLuca PasiniChi sono →

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