
Non c'è fretta
In un mondo che corre alla velocità della luce, dove il successo sembra un imperativo categorico e ogni obiettivo raggiunto ieri risulta già vecchio e dimenticato, è inevitabile provare un occasionale senso di inadeguatezza, soprattutto quando si lotta contro qualcosa di insidioso e sfidante come il Disturbo Ossessivo Compulsivo.
Ho avuto una recente conversazione con Anna in un gruppo Facebook di mutuo auto aiuto dedicato al DOC, in cui abbiamo toccato delle corde profonde che mi hanno consentito di riflettere su un dilemma comune a molti: la corsa incessante verso lo “stare meglio” e il costante confronto tra progresso personale e preservazione del proprio equilibrio interiore.
Anna ha raccontato che il suo percorso non è stato lineare. Ha vissuto momenti di forte miglioramento grazie ai farmaci e alla psicoterapia, ma anche periodi di pausa da qualsiasi cura durante i quali ha dovuto affrontare attacchi sporadici di DOC.
Questi alti e bassi l’hanno portata a interrogarsi sulla sua condizione, soprattutto nei momenti di serenità, quando il dubbio che forse avesse “esagerato” l’entità del suo disturbo iniziava a insinuarsi nella sua mente, peggiorando i sintomi di conseguenza.
Il dilemma di Anna si è approfondito ulteriormente quando ha riflettuto sulle opportunità che ha perso per timore di scatenare il DOC, ponendosi una domanda cruciale: è più importante proteggersi per mantenere uno stato di equilibrio o spingersi oltre i propri limiti per migliorare la qualità della nostra vita?
Una domanda straordinaria.
Io le ho risposto che vivere il presente e affrontare la vita come se il DOC non esistesse è l’approccio più efficace, poiché ti insegna a convivere con il disturbo e a sviluppare gli strumenti cognitivi per superarlo. Questo approccio, però, non deve trasformarsi in una pressione aggiuntiva che ci fa dimenticare l’importanza di ascoltare i nostri bisogni e i nostri tempi.
Sono necessari momenti di pausa, di riflessione, e soprattutto di auto-compassione. Riconoscere di aver raggiunto un punto di equilibrio e concedersi del tempo per “ricaricarsi” non è un segno di debolezza o svogliatezza, ma un atto di profonda saggezza e cura di sé.
Nonostante il taglio di questo blog sia molto proattivo, oggi voglio invitarti a rallentare. Non c’è fretta di guarire, non devi raggiungere gli obiettivi irrealistici che la società ci impone.
Quello che conta è il percorso, fatto di piccoli passi, di cadute e di risalite, ma soprattutto di una costante marcia verso la guarigione, al proprio ritmo, perché la vita non è una gara. Il benessere e la felicità non sono traguardi da raggiungere, ma sensazioni che puoi imparare ad esperire ogni giorno grazie al lavoro su di te.
Hai il diritto di prenderti i tuoi tempi, di riposarti quando ne senti il bisogno e di ripartire più forte di prima, quando sei pronto. Il DOC fa indubbiamente parte del viaggio, ma non può e non deve definire la destinazione né il passo con cui ci muoviamo.